Arrestato baby boss del clan Vanella Grassi

Salvatore Russo, affiliato al clan della Vanella Grassi, è accusato di sequestro di persona, distruzione di cadavere e di duplice omicidio premeditato

NAPOLI. Grazie ad una brillante operazione della Squadra Mobile di Napoli, il gip del Tribunale per i minorenni di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere contro Salvatore Russo, di anni 22 ma all’epoca dei fatti minorenne. Il malvivente, affiliato al clan della Vanella Grassi, è ritenuto responsabile di sequestro di persona, distruzione di cadavere, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e duplice omicidio premeditato, tutto aggravato dal metodo mafioso.

Gli accertamenti hanno ricostruito il duplice omicidio di Raffaele Stanchi, conosciuto come Lello Bastone, e Luigi Montò, entrambi uccisi nel gennaio del 2012. I cadaveri carbonizzati furono trovati il 9 gennaio 2012 in provincia di Napoli, a Melito, all’interno del bagagliaio di un’auto di cui era stato denunciato il furto. La prova del DNA rese possibile l’identificazione dei due, elementi di spicco del clan Abete-Abbinante, attivo nell’area nord del capoluogo partenopeo.

Il 4 maggio 2016, per questo reato di duplice omicidio, la Squadra Mobile di Napoli ha eseguito un’ordinanza a carico di sette membri del clan Vanella Grassi. Da tale uccisione, infatti, sarebbe sorta la cosiddetta terza faida di Scampia, esplosa a cavallo tra il 2012 e il 2013, quando la Vanella Grassi, alleata della famiglia Marino, regnante nelle Case Celesti di Scampia, decise di muovere guerra contro gli Abete-Notturno-Abbinante. Stanchi era l’uomo di fiducia di Arcagelo Abete, nonché gestore della piazza di spaccio delle Case dei Puffi, il famigerato Lotto P, economicamente una vera e propria roccaforte.

Stando alle ipotesi investigative, le due vittime furono sequestrate, trasportate a Villaricca ed interrogate con metodi poco ortodossi affinché svelassero il luogo in cui erano nascosti alcuni milioni di euro che Stanchi custodiva per Arcangelo Abete. L’auto fu parcheggiata a Melito allo scopo di depistare le indagini, facendo così ricadere la colpa su clan Amato Pagano.

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