Cronaca

Il marito dell’infermiera violentata nel parcheggio: “Non mi perdonerò mai di averla lasciata sola”

È più affranto che mai il marito dell’infermiera violentata Napoli. La moglie è stata brutalmente aggredita da un cittadino senegalese nel parcheggio della Metropark di corso Arnaldo Lucci. L’aggressore è stato arrestato ma la tragedia della 48enne Francesca comincia adesso. Stesso discorso per il marito che in una intervista a Repubblica ha provato a raccontare il suo dolore.

Parla il marito dell’infermiera violentata a Napoli

“Quel pomeriggio ero a casa, stavo aspettando il rientro di mia moglie. Sa, quando ha dei turni che finiscono la sera tardi o la domenica nella controra vado a prenderla per portarla a casa, ad Avellino. Ma con l’emergenza Covid non potevo usare l’auto e così ci siamo arrangiati con i mezzi pubblici che hanno le corse ridotte. Non ero preoccupato, conosco bene la zona del parcheggio Metropark e anche io prendo spesso gli autobus. Di solito c’è sempre gente per il gran movimento di autobus che partono per molte località della regione e anche di altre zone d’Italia. Immaginarsi l’intero parcheggio completamente deserto e senza neanche dei custodi o degli addetti non era possibile. A un certo punto ha squillato il telefono. Cosa farebbe se sentisse dall’altra parte sua moglie che singhiozza, le parole «sono stata aggredita», poi ancora di seguito «sto andando in ospedale» e, quindi, un poliziotto che mi chiede di raggiungerli in ospedale, al Cardarelli? Non ricordo neanche come sono arrivato all’ospedale Cardarelli, a Napoli…ma quando mi sono mosso non avevo ancora capito cosa era successo, non fino in fondo”.

La scena

“Sono subito entrato al triage dell’ospedale Cardarelli perché sono un medico. E ho visto mia moglie seduta su una sedia. Non mi rendevo conto di niente. Ma senza sapere ho cominciato a piangere perché ho visto il volto spento di mia moglie. Spento, buio. Non c’era più la sua luce di sempre, il suo bel sorriso. Era assente. C’era ma non c’era e io volevo sapere ma non volevo sentire… Ero lì come intontito. Si va in tilt… Fino a quando non sono riuscito a portarla a casa non ho realizzato l’accaduto.

Lei a casa mi ha raccontato tutto quello che le era accaduto, nei dettagli. Ero terrorizzato mentre la ascoltavo. Mi sono scosso quando mi ha detto che per liberarsi si era aggrappata al cassonetto dei rifiuti. Mia moglie aggrappata a un cassonetto dei rifiuti senza difesa… da quel momento è cominciato il mio vero incubo, la domanda ricorrente che non mi lascia più.

Senso di colpa, frustrazione, senso di impotenza, quello che vuole ma è così… E poi la rabbia di cui non è facile liberarsi. Come uomo, come marito e come medico. È stato quando ho provato tutte queste cose assieme, queste travolgenti sensazioni che ho cominciato a piangere e adesso, lo confesso, non riesco più a fermarmi. Certo, non avrei voluto farmi vedere da lei quando sono scoppiato in lacrime, perchè so bene che non è una immagine che poteva aiutarla a superare, tutt’altro…Ma non ce l’ho fatta, e ho pianto. Cerco ancora, ogni giorno, una spiegazione, un modo per metabolizzare l’accaduto ma non ci riesco. Cerco disperatamente un modo per rivedere il sorriso sul volto di mia moglie, cerco di farla ridere, ma intanto ogni giorno sale la rabbia e il dolore si acuisce. Vorrei aiutarla ma sono ridotto come lei. Il mio cuore è andato in pezzi e mi sembra di non servire più. A nulla. Vorrei portarla a fare una passeggiata, vorrei portarla al mare e dimenticare tutto. Vorrei che tutto diventasse un brutto ricordo chiuso in un armadio”.

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